Attento a cosa ti porta la marea

6.1.2016

Nel film “Cast Away” diretto da Bob Zemekis, Tom Hanks interpreta Chuck Noland, un funzionario della società di spedizioni internazionali FedEx, che precipita con il suo aereo Cargo, carico di pacchi che non verranno mai consegnati, ma che miracolosamente si salva, finendo naufrago in una piccola isola tropicale totalmente deserta. Nelle settimane successive Chuck sperimenta tutte le difficoltà delle sopravvivenza sull’isola. Patisce la solitudine, non riesce a spaccare i gusci durissimi dei cocchi che lo disseterebbero e nutrirebbero e soprattutto non riesce a lasciare l’isola. Un giorno vede al largo una enorme quantità di scatole galleggianti. Sono i pacchi della FedEx sopravvissuti come lui al naufragio. Lentamente la marea li sta portando verso la spiaggia dove Chuck li aspetta, carico di speranza ed eccitazione. Quando finalmente riesce ad aprirli rimane profondamente deluso. In quelle scatole non c’è nulla che possa essergli di aiuto. Nel primo pacco infatti ci sono dei pattini per scivolare sul ghiaccio, in un altro un pallone da pallavolo che richiederebbe almeno un’altro giocatore per essere usato. E infine la cabina di gabinetto chimico, un oggetto finalizzato a creare una privacy per certe umane e fisiologiche necessità che è la sola cosa che non gli manca su un’isola deserta. Chuck è disperato. La fortuna lo ha illuso. La marea gli ha portato solo roba inutile. Nei giorni seguenti però, nel tempo infinito che deve occupare, è costretto a considerare nuovamente quegli oggetti assurdi che giacciono abbandonati sulla sabbia. Chuck li guarda con uno sguardo nuovo, cercando di decifrarne il messaggio, animato da un bisogno di sopravvivenza che aguzza l’ingegno e spinge a trasformare le cose a proprio vantaggio. Scopre con rinnovata felicità che le lame dei pattini sono perfette per spaccare i gusci durissimi e impenetrabili dei cocchi. Può così dissetarsi e nutrirsi come non aveva mai potuto fare. Un altro giorno si ferisce casualmente a una mano toccando quell’inutile pallone da pallavolo lascia una strana impronta con il sangue sul candido rivestimento di pelle. Quell’impronta fa somigliare quel pallone con la scritta Wilson a una faccia umana. Dopo settimane di solitudine Chuck scopre con gioia inaspettata i tratti umani di una simpatica faccia. Poco dopo la faccia viene completata con un ciuffo di capelli fatti di paglia e finalmente Chuck ha un compagno sull’isola: Wilson! Chuck gli parla, condivide con lui ogni aspetto di quell’esperienza e così facendo riesce a non impazzire. Costruisce una zattera per tentare di lasciare l’isola e prendere il largo nella speranza di incrociare una nave che lo salvi. Ma le potenti onde che si infrangono al largo sulla barriera corallina che circoscrive l’isola lo respingono violentemente verso la spiaggia. Finchè un giorno, guardando quell’assurdo gabinetto chimico che giace sulla sabbia come un’animale abbandonato, un lampo gli attraversa gli occhi. Si mette al lavoro, lo trasforma in qualcosa di incomprensibile e lo lega all’albero della zattera. Con una determinazione sconosciuta, Chuck prende di nuovo il largo attendendo con ansia l’impatto con l’onda oceanica che schiuma e ruggisce qualche miglio più avanti. Attende il momento opportuno e dispiegando i lati del gabinetto chimico crea una vela sufficiente a raccogliere il forte vento che soffia da terra. Sospinto dal vento Chuck riesce a superare l’onda oceanica e lasciare finalmente l’isola. Più tardi una grossa nave mercantile lo soccorrerà mettendo fine a un isolamento durato 4 anni. L’idea degli oggetti assurdi portati dalla marea mi è sempre piaciuta moltissimo. E’ una perfetta metafora di quello che accade anche a noi nella vita di tutti i giorni, specialmente nei momenti di vuoto, di disperazione o di attesa. Momento i cui ci ritroviamo appunto “isolati” e, come Chuck Noland, diventiamo dei naufraghi confinati in un’isola metaforica. In quei momenti siamo talmente concentrati su noi stessi, sulle nostre sofferenze e su quello che desideriamo da non vedere i tanti segnali e messaggi che la marea deposita sulla nostra metaforica spiaggia. Quando ce ne accorgiamo concludiamo con un: “Vabbè, ma che me ne faccio? Non è questo che mi volevo o che mi serve adesso!”. Quasi sempre commettiamo un errore. Perché come insegna la storia che ti ho appena raccontato puoi capire che in ogni istante riceviamo dalla vita dei regali che non vediamo o apprezziamo, chiusi come siamo nella nostra mente, nelle nostre emozioni negative, nelle nostre convinzioni auto-limitanti. Siamo appunto dei naufraghi tagliati fuori dal flusso inarrestabile dell’esistenza e del suo naturale desiderio di prendersi cura di noi. In quello stato mentale ed emozionale ogni cosa che arriva, se non è esattamente quello che vogliamo (ma a volte bisogna dire, pretendiamo) ci sembra totalmente inutile. Una proposta di lavoro o di viaggio che non consideriamo praticabile, un incontro fortuito che ci porta una informazione apparentemente insignificante, qualcosa che ci sembra solo una sciocca coincidenza e che scartiamo dalla nostra attenzione. Finchè il troppo isolamento e l’eccessiva sofferenza che ci stiamo auto-infliggendo non risveglia in noi la volontà di aiutarci a lasciare l’isola costringendoci a trovare le risorse che ci servono, da qualunque parte provengano e qualunque aspetto abbiamo. Solo allora mettiamo in atto il dono che abbiamo, uniche creatore nell’universo, di saper trasformare le cose a nostro vantaggio, scoprire in che modo quello che arriva “per caso” ci riguardi direttamente e possa esserci di aiuto. Il mio augurio quindi, da questo momento, è di fare più attenzione a quello che la marea porta sulla tua isola. E che può nascondere il tuo tesoro.








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